Recensione della benedizione: un ritratto operistico del trauma del dopoguerra

Nell’atto finale del nuovo film dolorosamente bello del regista Terence Davies Benedizione, un figlio chiede a suo padre: “Perché odi il mondo moderno?” Il padre risponde: “Perché è più giovane di me”. È una risposta ironica, attenta e delicatamente divertente, ma parla anche di un senso di disconnessione, vale a dire la separazione che un uomo sente tra se stesso e il mondo che lo circonda.

Quella sensazione di isolamento e solitudine è al centro di Benedizione, il film di Davies sulla vita e l’opera del poeta di guerra britannico Siegfried Sassoon. Nel film, Sassoon è interpretato da due attori, Peter Capaldi e Jack Lowden, e attraverso BenedizioneCon una durata di 137 minuti, la sceneggiatura di Davies salta tra le varie fasi della vita di Sassoon. In tal modo, Davies costruisce gradualmente un intricato ritratto dei vari momenti di rimpianto, vergogna, crepacuore e devastazione che non solo hanno plasmato la vita di Sassoon, ma anche la sua poesia.

Se questo suona come un territorio familiare per Davies, è perché lo è. Davies è stato a lungo affascinato dalle figure solitarie che potrebbero aver vagato o meno per le strade durante le rispettive epoche del dopoguerra dell’Inghilterra. Sia come soldato con opinioni contro la guerra che divisivo e come un gay chiuso, Sassoon ha più che senso come l’ultima aggiunta al catalogo sempre crescente di uomini e donne soli di Davies.

Un’ossessionante esplorazione della solitudine

Laurence Cendrowicz/Attrazioni lungo la strada

Come protagonista principale del film, Lowden fa un’impressione duratura nei panni del giovane Sassoon, intrecciando abilmente insieme le varie emozioni contraddittorie del personaggio – vale a dire, il suo desiderio sia di collaborazione che di isolamento – finché il suo Sassoon non si sente un uomo completo. Nella prima metà del film, a Lowden non viene solo chiesto di saltare tra gli impulsi combattivi di Sassoon, ma anche di mettere a nudo la sua arroganza e insicurezze in diverse scene di conversazione sbalorditive che lo accoppiano al fianco del dottor Rivers di Ben Daniels, lo psicologo incaricato di monitorare Sassoon durante il suo degenza involontaria in un ospedale psichiatrico militare.

Capaldi, nel frattempo, prende le note di solitudine e crepacuore presenti nella performance di Lowden e le indurisce. Il suo Sassoon è più distante e indifferente del suo io più giovane, ma la performance sfumata di Capaldi colma facilmente il divario tra la sua versione del personaggio e quella di Lowden. Davies, da parte sua, rende solo quell’impresa più facile. Il regista tira fuori alcuni dei suoi soliti trucchi Benedizioneinclusa la sua propensione a raccogliere gocce d’ago sorprendentemente commoventi e il suo uso impareggiabile di dissolvenze lente, che fondono periodi di tempo insieme e aggiungono straordinari tocchi di surrealismo anche ai fotogrammi più ordinari.

Il film condivide anche lo stesso ritmo meditativo e tranquillo di molte delle precedenti uscite di Davies. Benedizione occasionalmente si snoda e perde slancio, il che rende occasionalmente difficile per il film raggiungere i ritmi emotivi previsti. Fortunatamente, lo straordinario occhio visivo di Davies e la splendida fotografia di Nicola Daley fanno guardare Benedizione un’esperienza innegabilmente gratificante anche nei suoi momenti più letargici.

Sigfried Sassoon siede con una pipa in Benedizione.

Delle tante belle immagini in cui Davies crea Benedizione, pochi sono così innovativi o tematicamente ricchi come il momento in cui il vecchio Sassoon di Capaldi si prende un momento per guardare la pioggia cadere fuori dalla sua casa di campagna. Per tutta la scena, il volto di Capaldi rimane sempre all’estrema sinistra della sua finestra, ma mentre guarda la pioggia cadere all’esterno, le sezioni centrale e destra della finestra vengono superate da immagini traslucide di persone che Sassoon ha amato e perso per tutta la vita.

È un momento bellissimo, che appiattisce brevemente la distanza che esiste tra il passato e il presente, ma i divisori in legno della finestra rafforzano ulteriormente la separazione di Sassoon da coloro che ama. Questo perché, anche nei loro momenti di ricordo, i protagonisti di Davies rimangono irrimediabilmente separati da tutti gli altri. È quel divario incolmabile che permea così tanto del lavoro di Davies con un inevitabile senso di malinconia, ma è anche una testimonianza della genialità di Davies che non sente mai il bisogno di costringere i suoi personaggi a superare la loro solitudine.

Invece, Davies capisce che a volte basta riconoscere le cose che ci tengono separati da coloro che amiamo, come un personaggio in Benedizione propone, purifica le nostre anime.

Benedizione uscirà nei cinema venerdì 3 giugno.

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